L'era del Ferro

Dal divano alla finish line


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Capanna Margherita: il mio primo 4000

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Punta Gnifetti e Capanna Margherita a quota 4554 m

Nella sala colazioni del rifugio Gnifetti, tremilaseicento e spiccioli metri sopra ad Alagna Valsesia, alle 4:30 del mattino c’è un sacco di gente. Non è normale che tutta questa gente faccia colazione a quest’ora, con il buio pesto fuori, una temperatura non molto distante dallo zero e il vento feroce che alza polvere di ghiaccio. L’unica ragione valida perché un gruppo così numeroso di persone sia intento a spalmare marmellata sulle fette biscottate alle 4:30 del mattino è che là fuori li aspetti un Ironman. Ma qui fuori non c’è nessuna zona cambio, nessuna bicicletta e niente familiari in veste di tifosi. Anche se non ho dormito molto e ho un vago mal di testa perdurante da diverse ore sono molto sicuro che questa non sia una gara di triathlon.

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Non sei portato per la matematica

Sheldon

Ho fatto il Liceo Classico e ho sempre pensato che la matematica non facesse per me, dalla prima elementare fino al primo anno di Università, quando sono stato costretto ad applicarmi un po’ almeno per passare gli esami di economia e statistica. La Fisica invece l’ho sempre trovata interessante…e così quando non ho più avuto l’obbligo di studiarla ho cominciato a leggere prima testi divulgativi, poi più dettagliati. Ad un certo punto mi è stato chiaro che per tentare di afferrare l’eterea bellezza della teoria della relatività generale e le meno cristalline equazioni della meccanica quantistica dovevo ripartire quasi da zero e provare a cogliere almeno gli aspetti tecnici della matematica. Continua a leggere


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A modo mio

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Ho sognato quel traguardo senza sapere esattamente cosa significasse. Ho progettato il percorso per raggiungerlo scoprendo solo durante il cammino quanta fatica costasse. Ho pianto di commozione alla prima partenza, ho sperimentato il Nirvana a pochi chilometri dalla finish line, sono nato la seconda volta quando l’ho attraversata. Ho mantenuto la promessa di portare a casa la medaglia e lui mi ha aspettato prima di andarsene. E’ diventato parte integrante della mia vita, e la mia vita ha assunto un significato più pieno quando ho cominciato ad aiutare gli altri a scoprirne il potere purificatorio. Continua a leggere


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Odi et amo, maratona

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Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai.
Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento.

Maratona,

sappi che ti odio. Ti odio perché non riesco a sottrarmi al tuo fascino. In un anno in cui avevo le medaglie di tre ultratrail, quattro mezzi e un Ironman intero non c’era alcuna ragione al mondo per cui dovessi impegolarmi in questa storia con te. Eppure con il pettorale sotto al naso, come facevo a resistere alla tua tentazione? Continua a leggere


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Ironman Barcellona: datemi una crisi che ve la risolvo

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Ogni Ironman è un universo a sé stante, non esiste una gara uguale all’altra e in ognuna ci sono difficoltà da gestire e momenti di grande gioia, ben prima del traguardo. Il mio di Barcellona è stato l’IM più complicato e veloce allo stesso tempo, quello in cui la testa ha dovuto funzionare di più ma non per gestire lo stress emotivo come mi era accaduto in precedenza, questa volta si è trattato di muoversi in condizioni avverse per mare, per aria e per terra. Una grande lezione di “crisis management” che cercherò di applicare alla mia vita e perché no, magari passare a chi si occupa di organizzazioni che ogni giorno affrontano la sfida della competizione. Intanto mi godo queste 10 ore 49 minuti e 42 secondi, con cui cancello le 11 ore 1 minuto e 48 secondi di Klagenfurt. Il muro delle 11 è rotto finalmente. Continua a leggere


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La gioia dell’imperfezione

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I 100 metri finali di una gara sono sempre bellissimi, ancora di più quando la gara è il campionato Europeo di mezzo Ironman, in quella precedente ti eri ritirato e questa era la tua occasione di vendetta dopo 40 giorni di attesa. L’orologio segna 5h48’, la classifica recita 635° posto assoluto, abbondantemente entro il primo 50%. Sono tornato.

I 100 m metri finali di una gara sono quelli in cui tutto diventa molto chiaro, se va bene sei ancora in piena “estasi dell’atleta”, o Nirvana, se preferite. Sai perfettamente cosa vuoi dal futuro – di solito iscriverti a una nuova gara, per la gioia del marketing della World Triathlon Corporation – e assumi la sconcertante capacità di analizzare lucidamente il passato.

Domenica scorsa in Germania è andata esattamente così. Quegli ultimi 30” hanno catalizzato tutti i pensieri che avevo cominciato a spargere qua e là dopo il disastro di Pescara: rottura del cambio, ritiro, bici che ha viaggiato per mezza Emilia prima di trovare una mano santa che rimettesse a posto lo sfregio. E poi i dubbi che mi avevano assalito alla Cima Tauffi, dove neanche l’obiettiva bellezza del percorso era riuscita a distogliermi dal pensiero che in qualche modo stessi massacrando inutilmente le mie gambe. Infine le sensazioni della mattina di Wiesbaden con le gambe che stanno bene ma “non-sono-proprio-esplosive-come-so-che-sono-capaci-di-essere”.

C’era qualcosa che non tornava, insomma, e come sempre mi ci è voluta una gara al limite delle mie capacità per rendermi consapevole di ciò che mi metteva a disagio. La conclusione è che con il trail ho chiuso, quanto meno a livello agonistico, quanto meno durante la stagione del triathlon, quanto meno fino a che non avrò agganciato Kona.

Per riuscire a fare 10h30’ a Barcellona scelgo di rinunciare al sogno della Courmayeur Champex Chamonix. Non mi piace andare in gara e ottenere risultati mediocri, non voglio più sentirmi come a Pescara con le gambe molli in bici prima dell’incidente o all’arrivo del Tauffi, tra gli ultimissimi. Ho invece bisogno di continuare a fare un lavoro molto specifico, concentrando tutte le energie su un singolo obiettivo. Lo sapevo che era una sfida a rischio, mi rimane la soddisfazione di averci provato e soprattutto di aver vissuto le “Ultra esperienze” di Ultrabericus, Orsa e Tauffi insieme ai 70.3 di Volano, Rimini, Pescara e Wiesbaden. Quando sarà tempo concentrerò le mie energie sulla montagna, dopo Kona il Tor. Coerente con la mia tecnica di pormi un traguardo più grande mentre ancora sto inseguendo quello già definibile come impossibile.

Quando preparo una gara in maniera impeccabile di solito salgo sulla bici, sento le gambe spingere e mi dico “ok, oggi sei perfetto”. Domenica questa sensazione non l’ho provata, anzi, ho percepito nitidamente, come da tempo non riuscivo a fare, tutti i limiti causati dalla dispersione delle energie. Potrebbe sembrare una conclusione negativa e invece è stata una vera rivelazione: serve anche l’imperfezione! Senza non potremmo correggere la rotta, non potremmo vedere dove stiamo sbagliando e cominciare a cercare una strada nuova verso il miglioramento. E senza il rischio di combinare qualche pasticcio ci perderemmo anche tutte le emozioni che si provano quando si vive sul filo del rasoio, in bilico tra il trionfo (che significa semplicemente riuscire a fare qualcosa che ai più sembra folle) e il fallimento. Altrimenti sai che noia?


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Essenzialmente è merito della cocomera

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Come si fa a raccontare una gara che dura 13 ore e 40 minuti? Non si può, intanto perché non mi ricordo nel dettaglio i vari passaggi e poi, soprattutto, perché diventerei tremendamente noioso.

Basti sapere, dunque, che quello di ieri è stato il mio terzo Ultra Trail del 2015, fatto ancora una volta assolutamente da impreparato essendo le mie energie dedicate a Ironman Barcellona. Basti sapere che Cima Tauffi è una corsa già durissima di per sé (dichiarati 60 km, 4000 m D+), che a parte i chilometri di salita è un trail praticamente non-corribile causa fondo super tecnico, e che ieri le condizioni meteo erano terribili causa caldo mostruoso persino a 2000 m di quota. Continua a leggere

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