L'era del Ferro

Dal divano alla finish line


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Training Report: Week 5 – Day 4

Correre sulla neve rafforza i muscoli e inonda di endorfine il cervello.

Correre sulla neve rafforza i muscoli e inonda di endorfine il cervello.

Hai voglia a dire che bisogna essere flessibili e pronti a tutto ma poi è alla prova dei fatti che si vede se davvero riesci ad esserlo. In teoria è sempre tutto più facile. Mi ero programmato una giornata tranquilla che mi consentisse di recuperare l’allenamento con i pesi, perso ieri per una trasferta di lavoro, e al tempo stesso pedalare un po’ indoor in barba alla neve e al ghiaccio che da questa mattina infestano le strade di Parma (e non solo) impedendo ai ciclisti di uscire a fare il loro dovere.

Così quando alle 10:30 sono arrivato al parcheggio della palestra, trovandolo deserto mi sono posto il dubbio che qualcosa non andasse. Ho però dovuto quasi sbattere contro la porta chiusa d’ingresso per convincermi che il mio bel programmino era destinato a saltare per chiusura festiva (pare sia l’8 dicembre).

Mentre tornavo a casa ho riprogrammato i circuiti: oggi corsa e domani pesi + spinning. Certo, direte voi, sommando l’ordine dei fattori la somma non cambia. E invece cambia eccome. Non ero mentalmente pronto a correre oggi un progressivo da 15k, dopo il Circuit Training di mercoledì fatto a palla e le ripetute 18x100m in acqua fatte altrettanto a palla, ma soprattutto usando molto le gambe (quasi crampi uscendo dalla vasca).

Facendo buon viso alle ben meno che ideali circostanze ho messo su la mia bella maglietta termica girocollo a maniche lunghe e sopra (visto i 2° che c’erano fuori) una tecnica collo alto e manica corta (Under Harmour, sempre una garanzia). Sopra solo l’antivento smanicato da bici e i pantaloni rigorosamente 3/4 (quelli lunghi li uso solo in montagna con temperature inferiori ai -10°). Ai piedi le fide Ultima Wave 3 e in testa l’ormai immancabie fascia/zuccotto/sottogola/fazzolettoperilmoccio del team.

Pronti partenza via, come al solito correre sulla neve è un’esperienza tra le più esaltanti che ci siano. Se non altro per le facce sconvolte di chi ti guarda e per i sorrisetti di maliziosa intensa con gli altri runner incrociati, una sorta di rapimento estatico comunitario causato da sostanze stupefacenti (ma per fortuna totalmente autoprodotte, come si conviene in questi tempi di crisi).

Ammetto, sono uscito con l’idea di ripetere il progressivo da 15k di domenica scorsa e fare per bene anche gli ultimi 2k, andati un po’ a quel paese 6 giorni fa (non ero riuscito a finire la progressione 4’05”, 4’00” piantandomi a 4’10”). Invece dopo pochi metri mi sono reso conto che oggi non sarebbe stata giornata. Il grosso lavoro lattacido recente mi ha lasciato con i gemelli duri come la pietra (muscoli gastrocnemi a dirla bene, i polpacci in parole povere) e il sinistro fino al quinto chilometro pungeva simpaticamente. In più il lavoro muscolare richiesto per correre forte su una superficie complessa come quella odierna è molto maggiore rispetto a condizioni standard. Il passaggio su asfalto freddo, lastre di ghiaccio, neve morbida, pozze d’acqua gelida consuma molte energie fisiche e mentali. Bisogna adeguarsi ai diversi coefficienti di aderenza. In pratica muscoli e tendini lavorano insieme alla testa come il traction control su una vettura sportiva (indovinate quale!) tanto che per rendere tutto un po’ più uniforme ho sempre cercato di passare su strati di neve soffice.

Primi chilometri tra 5’10” e 4’50” poi dal 7° reset a 4’30” per andare in picchiata di 5″ ogni k. Al 12° ho preso atto che oggi scendere sotto i 4’15” non era cosa per cui mi sono rassegnato agli ultimi 2k lenti per rientrare a casa rapidamente ed evitare di trasformarmi in una statua di ghiaccio.

A ben guardare sono contento: correre sulla neve è bello ma farci un progressivo ad andatura sostenuta non è uno scherzo, 14k totali sono più che soddisfacenti. Inoltre nonostante una settimana di carico molto pesante ho visto che anche con i muscoli intossicati dalle scorie i ritmi e le distanze sono significative. Però…non vedo l’ora che arrivino i lunghissimi per Roma e sono anche curioso di vedere se tutto questo impegno sulla forza e resistenza anaerobiche in quale passo gara maratona si tradurranno. Diciamo che a 4’50″/km oggi stavo molto molto bene.


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Slowing down

Well, come on pretty baby, won’t you walk with me?
Slow down, baby, now you’re movin’ way too fast.
You gotta gimme little lovin’, gimme little lovin’,
Ow! if you want our love to last.

(The Beatles, Slow Down – 1964)

Quando sei abituato a lavorare duramente per mesi con l’obiettivo di limare anche solo di qualche secondo il tuo personale, quale che sia la distanza, è naturale scegliere di correre su percorsi ben noti e quindi ricchi di riferimenti che ti aiutino a capire se stai eseguendo gli esercizi al giusto ritmo. Per di più la concentrazione necessaria è tale da cancellare completamente il contesto, così che a mala pena riesci ad accorgerti del passare delle stagioni, al massimo fai caso a differenze di luce e temperatura ma sempre e solo in funzione della performance.

Dopo 11 mesi vissuti “al massimo”, però, è importante staccare la spina, che non significa diventare fan del divano bensì ridurre il numero di uscite, i chilometraggi, ma soprattutto provare a correre senza il pensiero fisso della prossima gara, disinteressandosi della prestazione. Il runner competitivo, come il sottoscritto, si avvicina a questo periodo con scetticismo, convinto che non riuscirà mai a fregarsene di tutti i parametri con cui normalmente misura se stesso.

E invece? Invece capita che una mattina ti svegli in un posto nuovo e ti rendi conto che il modo migliore per esplorarlo è indossando le scarpe da corsa. Così esci dal cancello sapendo solo che il percorso pedonale lungo lago è più o meno in quella direzione. Ti avvii e poi dopo qualche decina di metri chiedi indicazioni, tu che non parli mai con nessuno perché devi risparmiare il fiato, ad un ragazzino sullo skateboard. Gli sorridi, e lui è portato a rispondere al tuo sorriso. Ti mette sulla strada giusta e guardandoti attorno capisci che stai arrivando in un bel posto.

Non dovendoti preoccupare del tuo passo né dei battiti del tuo cuore (ma solo dell’ora di rientro per la colazione) cominci a guardarti intorno e vedi. Vedi l’erba e tutte le sue sfumature, noti che gli alberi non sono tutti uguali e ti accorgi che sopra di te le nuvole corrono assumendo forme sempre diverse e disegnando ombre sui fianchi della montagna di fronte a te, la cui pietra è esattamente la stessa usata per costruire l’antica casa in cui hai passato la notte. E poi ci sono i suoni e i profumi, l’incrocio con altri runner (chissà perché mi sembra che stamattina se la prendano tutti comoda) con cui scambi anche qualche parola circa il sentiero migliore da prendere. Un’occhiata complice arrivati al bivio e via, in pace con gli altri e con se stessi.

Succede anche che il posto è di una bellezza tale da perdere il fiato e così l’iphone, che avevi portato per essere sicuro di non perderti, lo tiri fuori per fare una foto. SÌ, tu runner competitivo che non interromperesti una corsa neppure se ti minacciassero di morte, ti fermi. Scatti, respiri, ti guardi intorno. E poi ti avvii sulla strada del ritorno, rimpiangendo di non aver potuto esplorare un po’ di più.

Tornando sui tuoi passi ormai ti senti a tuo agio con un luogo fino a poco prima sconosciuto. Riconosci pendenze, curve, superfici e così aumenti senza far fatica la velocità fino a che, a pochi metri dal portone davanti al quale ti fermerai, guardi il fedele GPS: 4’30″, l’equivalente di un medio nell’ultimo chilometro. Incorreggibili questi runner da caccia.

Ciclopedonale lago di Annone (Lecco)


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Feelin’ Supersonic

Ieri mi hanno chiesto come mi sentissi alla vigilia della Mezza Maratona Cariparma running. Ci ho pensato un po’ su poi ho risposto “supersonico”. Sì perché dopo aver seminato tanto finalmente sto raccogliendo i frutti del sacrificio, in 8 giorni demoliti i PB sui 10k e 21k.
Quando corri una mezza a 4’25” stando tutto sommato bene dall’inizio alla fine davvero ti senti come se stessi volando oltre la velocità del suono.

D’altra parte:
I need to be myself
I can’t be no one else
I’m feeling supersonic
Give me gin and tonic