L'era del Ferro

Dal divano alla finish line


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Non l’avevo mica capito

“Ah ma io non avevo capito che lo fai per tutte queste ragioni”, mi dice il mio amico Alessio mentre siamo a cena l’altra sera – l’oggetto della conversazione ovviamente è l’Ironman “io pensavo fosse solo per il gusto della sfida fisica”.

Certo che no! a me sembra assodato e implicito e invece evidentemente “da fuori” non è così. Andiamo con ordine e proviamo a rispondere alla domanda: perché ti sottoponi a una tortura del genere?”

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Vuoti che si riempiono da soli

No, non mi riferisco allo spazio che separa la stratosfera dalla superficie del pianeta terra, riempito da un tizio austriaco che di nome fa Felice (più che un nome una dichiarazione programmatica),  e neppure ai bicchieri di birra che amo svuotare (e conseguentemente ripristinare) dopo ogni garetta (la birra è la bevanda dell’atleta, è risaputo) ma a questo periodo forzato senza lavori specifici o obiettivi capaci di caricarmi e motivarmi a dovere. Un horror vacui irrazionale che mi premuro di coltivare con cura da sempre, e dal quale mi difendo riempiendo l’agenda di cose da fare (sostanzialmente creando muri sempre più alti per avere poi la soddisfazione di scavalcarli) così che non sia costretto a rimanere neppure un attimo inerte e solo con i miei pensieri.

Eppure il tempo è passato, le settimane si sono allineate ordinatamente una dietro all’altra e oggi se guardo indietro vedo in questa non-stagione una ricchezza  inaspettata. Ho scoperto il piacere di correre solo per il gusto di sudare un po’ producendo endorfine, cambiare i percorsi assecondando la bellezza della luce di una strada rispetto ad un’altra o semplicemente modificare l’itinerario  per vedere dove scappano lepri e scoiattoli quando ci incrociamo sul sentiero al confine del bosco (si infilano sempre per la stessa stradina, ero curioso).

Settimane in cui ho avuto il privilegio di scambiare qualche chiacchiera con atleti affermati (tra cui un campione del mondo di ciclismo che non è che si incontra tutti i giorni; ne ho approfittato per ottenere consigli di guida), crearmi un meraviglioso gruppo di compagni di allenamento in piscina, accelerare quando avevo voglia di andare più veloce, rallentare quando bicipiti o quadricipiti segnalavano al Capo (l’eminenza grigia che sta sempre bella comoda dentro il cranio) che andare a spasso è bello ma ad un certo punto si sta bene pure seduti.

Insomma, sport o non sport, Ironman o bocce che sia, è evidente che alla fine nella vita conta molto di più l’atteggiamento con cui si affrontano le situazioni, piuttosto che le situazioni in quanto tali. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi, direbbero i più. E invece no, difficilissimo è prenderne coscienza, avere la percezione nel momento in cui siamo in difficoltà (perché la stanchezza sta prendendo il sopravvento, perché la pioggia è forte, perché il nostro intestino si sta ribellando contro di noi) che nel 99% dei casi i problemi sono affrontabili e risolvibili, a patto di trovare dentro di sé la forza e la determinazione per scegliere di esserne i controllori e non i controllati. Una volta accesa la lampadina fare qualcosa per cambiare l’inerzia delle cose è il meno.

 Alla fine credo finirò con l’ammettere che anche questo strano periodo di vuoto è servito. Perché ho scoperto che il vuoto non esiste se hai abbastanza creatività per plasmarlo in ciò che vuoi.


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Leggerezza e densità

Quando sabato mattina ho terminato l’ultimo allenamento della settimana stanco il giusto e con un sorrisone largo così sulla faccia ho capito che la terapia di rigenerazione sta funzionando.

Questa off season mi sta insegnando un sacco di cose, prima fra tutte che leggerezza e densità non sono agli antipodi, come uno potrebbe immaginare, ma che in realtà possono andarsene tranquillamente a passeggio insieme.

La leggerezza nel carico di lavoro e nell’intensità mentale ti permette infatti di sperimentare nuove sensazioni e con maggiore coscienza. Il trucco è mettere da parte i pregiudizi e darti la possibilità di guardare le cose da prospettive diverse dal solito. Essere meno fissati con un obiettivo permette di spostare lo sguardo dall’orizzonte a ciò che hai sotto il naso, lasciandoti vivere con maggiore intensità il quotidiano. 24 ore diventano così un tempo troppo breve per poterci far stare tutto quello che vuoi (densità!) e alla fine anche se sei stanco morto hai la netta percezione di essere cresciuto almeno un pochino, ogni giorno, specialmente quando:

 1) Chrissie Wellington, l’atleta che ammiri di più, 4 volte campionessa del mondo Ironman e detentrice del record mondiale sulla distanza (8h18’13”) ti dice che il riposo è necessario perché permette a ciascuno di noi di rimettere le cose nella giusta prospettiva, ricaricarsi e individuare il percorso di crescita su misura – e scopri che ha ragione (detto da lei, che per di più si è presa un anno sabbatico, fa un certo effetto);

2) grazie all’obbligo di fare tutto a sensazione, guardando il crono solo al termine a puro fine di registrazione\archiviazione dati, elimini “l’ansia da prestazione” negli allenamenti – e ti rendi conto che sei tornato a sorridere mentre corri e pedali (in vasca no, altrimenti affoghi);

3) senza l’assillo del tempo ti concentri molto di più sulla tecnica – e cominci a rimediare al tuo problema dei primi chilometri in bici senza energie semplicemente usando quasi zero le gambe per nuotare (ovviamente compensando con la maggiore spinta delle braccia, una cosa su cui devo ancora lavorare tantissimo ma la direzione è quella giusta);

4) provi il percorso che la prossima primavera ti dovrà condurre da casa in ufficio e viceversa almeno un giorno alla settimana – e scopri che si tratta di un bellissimo vallonato molto simile al tratto bici dell’IM Florida, ma soprattutto che in 2h15 riesci a fare Parma – Maranello (65 km circa) spegnendo la tua maggiore preccupazione circa la necessità di pedalare tanto e non averne il tempo;

5) il coach dichiara che ti preparerà secondo i più moderni dettami della medicina sportiva per i quali meglio privilegiare la qualità (allenamenti brevi ad altissima intensità, qui l’articolo per chi fosse interessato), piuttosto che la quantità (sedute lunghe, lente…e distruttivi per le articolazioni) – ed è subito evidente che questo si concilia alla grande con il tuo poco tempo a disposizione

Insomma, ce n’è abbastanza per riempirne due di settimane con questa roba!

p.s. sul blog di Anne c’è un bel post che parla di felicità (in generale, mica solo legata alla corsa). Ecco, a parte la condivisione sulla filosofia di fondo vorrei aggiungerci una cosa: la felicità non capita per caso, non è questione di essere fortunati. La felicità si costruisce, giorno per giorno, impegnandosi a trovare un senso anche ai momenti difficili. Tenendosi il buono di ieri e pensando che domani sarà meglio. Lamentarsi senza fare nulla per cambiare situazioni che non ci piacciono non serve a niente. Le cose vanno fatte, qui e ora. Sempre.