L'era del Ferro

Dal divano alla finish line


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Il paradiso siamo noi

Sono i colori a farti sentire bene a primavera avanzata a Rapperswil-Jona. Dall’Obersee, una continuazione del lago di Zurigo, guardi i fianchi delle montagne e noti decine di sfumature di verde che tracciano i confini di prati e boschi. Il cielo è azzurro, di un azzurro uniforme dipinto da nuvolette bianche tanto scenografiche quanto innocue, l’aria trasparente. Intanto nuoti, si sta bene con la muta nell’acqua a 18 gradi. L’acqua invece non è immobile affatto, c’è un po’ di onda e c’è da faticare in questo avvio di 70.3 che precede di tre settimane Ironman Klagenfurt.

E’ il meteo che ti fa stare bene a primavera avanzata a Rapperswil-Jona. Fa caldo, e anche il caldo è pieno di sfumature, come i colori delle montagne e come l’acqua del lago. Nel primo giro di bici la temperatura media è di 27 gradi, il sole batte sulla pelle ma l’aria è fresca quando si sale. Primo strappo “il muro delle streghe”,  1 km e 350 m al 7% di pendenza. Salgono pure i battiti e benedico di essere partito con la bici da corsa mentre butto giù il 34/25, per fortuna che c’è un gran tifo, gente con i cappelli…da strega, appunto. Discesa, respiro, poi riparte. Questa volta più dolce ma anche più lunga: quasi 8 km, a poco più del 4% di pendenza. Procede a gradini con tratti al 5% e pianerottoli in cui si può prendere velocità, si pedala bene. E più si sale più si respira. Non sarà così al secondo giro, con 30° e la stanchezza dei primi 45 km nelle gambe.

E’ gentile l’automobilista a Rapperswil-Jona. Agli incroci il traffico è regolato, si formano code. Vedo portiere aperte e gente che scende dalla vettura. Mi preparo agli improperi e invece sento: bravo, forza italia, e batter di mani e sorrisi. Sorrido anche io, se posso saluto se invece sono impiccato faccio un cenno con la testa. E’ contagiosa la gentilezza, chissà se è così solo da queste parti o vale anche 300 km più a sud, oltre le alpi.

E’ liscia la strada a Rapperswil-Jona. Anche ai bordi, lì dove hanno disegnato una striscia gialla lasciando 1 metro e mezzo di spazio per le biciclette. Anche quando passi sopra i tombini è liscia la strada da queste parti, fanno le cose per bene e così scopri che l’asfalto si può livellare, persino nei rari punti in cui è rappezzato. Ogni tanto il percorso viene incanalato dentro alle ciclabili completamente separata dalla sede stradale. Sono larghe, non si interrompono, non ci sono buche. Si può pedalare a 30 all’ora con la bici da corsa, si può pedalare trainando il carrellino della Thule con dentro due bambini. Qui li hanno tutti, sia i  bambini che i carrellini intendo. Lo vedi come ci tengono ai bimbi, ogni tanto si incontrano i giochi per loro lungo la ciclabile. Peccato che sono in gara sarebbe bello fermarsi a goderselo questo posto.

Peccato che non ho portato Giacomo, penso mentre inizio a la frazione run, mentre guardo a sinistra passando accanto al Kinder Zoo. Peccato davvero, quando passando accanto al campeggio trovo altri mini-volontari non ufficiali che ti passano la spugna bagnata da dietro la recinzione. Ti corrono accanto allungando le mani in modo da poterla recuperare e riciclare. Mi sa che li crescono immersi nella cultura dello sport questi bambini svizzeri. C’è gente ovunque, anche in mezzo ai prati. Hopp Hopp Hopp, per tutti i concorrenti, sembra di stare al mondiale di sci. Dei tizi hanno suonato i campanacci tradizionale in cima a una curva per 4 ore a fila. Per il primo e per l’ultimo. Ogni casa ha organizzato un presidio: tubo dell’acqua, tifo indiavolato, spugnaggi extra. Il percorso run è se possibile ancora più bello di quello della bici. Due giri da 10 km, metà giro nei campi e nei boschi lungo lago, metà giro nella città medievale. Un po’ sterrato, un po’ asfalto, un po’ acciottolato. Percorso mosso, salitelle e discese e poi la scalinata in centro, che a vederla il giorno prima faceva paura e invece, alla fine della fiera, non è male affatto.

Passano in fretta questi 21 km, fila tutto liscio, per quanta acqua mi hanno buttato addosso sembro appena uscito dal lago. Non sono andato forte e non me ne frega neanche niente. Sto bene, sto benissimo, potevo farlo oggi il full. Probabilmente non farò forte manco quello, e pazienza. Sono in un posto meraviglioso a fare quello che mi piace, ho dato il 99,9% (il 100 lo tengo per il 2 luglio!) e ho potuto passare due giorni con i miei ragazzi. Considero sempre un privilegio poter condividere con loro l’esperienza di gara, a partire dalla preparazione della zona cambio fino agli abbracci appena dopo la finish line.

Quando andiamo alle gare, quando portiamo la bici in transition zone prima della gara, quando il buongiorno sul gruppo Whatsapp arriva da tutti alle 5.00 del mattino, quando ci incrociamo durante la frazione corsa, quando ci guardiamo sapendo esattamente la sensazione che prova l’altro perché stiamo vivendo la stessa fatica, la stessa gioia, la stessa gratificazione e a volte anche la stessa frustrazione, è come se facessimo parte di un club specialissimo. E’ come se non fossimo mai soli, è come se il modo, o almeno quel pezzetto di mondo, fosse un posto migliore. Chissà se saremo mai capace di trasportare questa magia anche a casa, e tenerla viva.

Lo sport fa bene all’anima e al corpo. E pure alle strade.

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18 buoni motivi per continuare a fare fatica

Quando scegli di fare il coach e cominci a occuparti dei tuoi clienti, o dei tuoi atleti, o dei pazienti, a seconda del modo in cui preferite incasellarli e del loro status psicofisico momentaneo – io preferisco direi “dei miei ragazzi”-, comincia a formarsi un grumo di coscienza nel quale capisci che la tua si far-per-dire-carriera di atleta andrà a farsi benedire. Sì perché tra programmazioni, analisi dati e ore passate al telefono, per il coach-atleta rimane ben poco tempo e ancora meno energie per concentrarsi su allenamenti e gare,. Se poi sei contemporaneamente papà di un piccoletto di 13 mesi puoi dirgli addio del tutto.

Finisce così che non carichi i lavori per te stesso su Training Peaks ma ti limiti a guardare all’ultimo istante prima di uscire per allenarti cosa fanno quelli che correranno la tua stessa gara A. Di analizzare i tuoi scarichi non se ne parla nemmeno, quando tieni aperto l’analytical engine (uso WKO4) 8 ore al giorno l’ultima cosa che vuoi fare e passare tempo aggiuntivo a guardare come sei combinato. Però ti iscrivi lo stesso al Challenge Rimini, al 70.3 di Rapperswil, a Ironman Austria e pure a quello di Cervia.

Fino a un paio di anni fa, quando il triathlon era ancora soltanto un hobby, ero unicamente concentrato sul risultato. E’ una sfida esaltante all’inizio, una progressione che sembra non dover mai finire. Inizia con la prima ora corsa di fila, poi la prima 10 km competitiva, la mezza, addirittura la maratona. E il triathlon, che diventa TUTTA la tua vita nell’anno di preparazione del primo Ironman. La voglia di fare fatica, di soffrire, di sacrificarsi in allenamento e in gara ti rimane fin quando non cominci a portare a casa le gratificazioni. Dopo le 10 ore e 49 minuti di IM Barcellona nel 2015 qualcosa è cambiato nella mia testa, è scattato l’interruttore che ogni volta in cui comincio a soffrire fa suonare la vocina “non devi più dimostrarti nulla”. Eppure continuo a correre e anche a soffrire, in realtà. 

Ho avuto molto tempo ieri per rifletterci su, mentre cercavo di guadagnare per la quinta volta il traguardo di una gara tosta come Challenge Rimini. Dove come al solito l’acqua fredda e il vento in bici mi hanno buttato dentro alla devastante spirale “mal di pancia quindi non mangio, la bici la gestisco ma poi quando inizio a correre muoRo”. E mentre pensavo che avevo tutto il diritto di ritirarmi mi è balenata l’immagine della zona cambio, in cui da ultimo iscritto stavo giustamente in fondo ai 1141 stalli.

Ma siccome gli ultimi saranno i primi in realtà quella posizione sfigata per un atleta si è rivelata una posizione strategica per coachTower. Perché essendo all’ingresso del bike check nel pre-gara ho potuto vedere tutti i miei ragazzi, più tanti amici, entrare. Perché ho potuto scrutare sul loro volto insicurezze e paure, perché ho potuto intuire di quali parole o di quale sguardo avessero bisogno in quel momento. Perché essere in griglia di partenza insieme non ha prezzo, perché tenerli d’occhio durante la frazione bici mi fa pensare a una cosa che si chiama dedizione, perché incrociarsi durante la corsa mi dà la certezza che per loro ci sono sempre. Anche se soffro, anche se non sono allenato come vorrei, anche se potrei legittimamente ritirarmi. Perché trovarsi al traguardo, stanchi morti, sporchi di sale, sudore, moccio, gel appiccicosi e sorrisi è la cosa più bella che uno possa fare per lavoro.

Tra lo sprint e il mezzo 18 persone gestite in 48 ore. 18 storie diverse, a cui varrebbe la pena di dedicare intere pagine. Tra debuttanti assoluti o sulla distanza, triatleti di lungo corso, gente con cui stiamo lavorando per limare secondi al full, qualcuno per cui Rimini era l’obiettivo principale, altri che lottavano semplicemente per riuscire a finire, sapendo di non fare torto a nessuno tanto ci sarà spazio per tutti, voglio partire proprio dall’ultima al traguardo ieri, Veronica, che rappresenta uno dei tanti modi di fare questo sport. Le ragioni sono tutte diverse, non c’è quella giusta e quella sbagliata, ognuno trovi la sua e se la goda, possibilmente lasciando a ciascuno la libertà di trovare la sua strada, di sbagliare e persino di cambiare direzione:

“Un anno fa a Rimini mi ritiravo dal mio primo triathlon sprint perché avevo paura del mare (sei mesi fa veniva fermata al cut off dal mare in tempesta di Pola, ndr). Un anno dopo esatto mi sono presa la rivincita su un mare difficile al Challenge Rimini. Con un mezzo Ironman. La vera follia sarebbe stata mollare…”

 

 

 


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Essenzialmente è merito della cocomera

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Come si fa a raccontare una gara che dura 13 ore e 40 minuti? Non si può, intanto perché non mi ricordo nel dettaglio i vari passaggi e poi, soprattutto, perché diventerei tremendamente noioso.

Basti sapere, dunque, che quello di ieri è stato il mio terzo Ultra Trail del 2015, fatto ancora una volta assolutamente da impreparato essendo le mie energie dedicate a Ironman Barcellona. Basti sapere che Cima Tauffi è una corsa già durissima di per sé (dichiarati 60 km, 4000 m D+), che a parte i chilometri di salita è un trail praticamente non-corribile causa fondo super tecnico, e che ieri le condizioni meteo erano terribili causa caldo mostruoso persino a 2000 m di quota. Continua a leggere


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Il mare d’inverno


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Fa freddo sulle montagne sopra a Rimini in questo week end di inizio marzo, non esattamente il clima che troveremo tra un paio di mesi nella classicissima Rimini Challenge, un must di inizio stagione per il team Spartans. O meglio, c’è il sole e in salita si suda da matti, i guanti si bagnano se non ti ricordi di toglierli e la termica sotto la giacca pesante genera un odore molto spiacevole. Però c’è questo vento fortissimo che a raffiche investe la Argon e le sue ruote a alto profilo, facendomi sudare ancora di più nel tentativo di controllare la mia astronave – si capisce che la amo? – e al tempo stesso tremare di freddo in discesa. Continua a leggere


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365 giorni

Un anno fa tagliavo il traguardo di Panama City Beach e diventavo un Ironman.

Mi avevano detto che finire la tua prima gara è come nascere per la seconda volta. Era vero.

Non è che non si fanno più errori o si diventa indistruttibili, anzi. E’ che si diventa molto più consapevoli di ciò che siamo, di ciò che non siamo, di ciò che vogliamo essere e di ciò che non saremo mai.

E poi, questo non potevo immaginarlo, si diventa anche responsabili. Che ci piaccia o no quando si indossa maglia da finisher diventiamo un riferimento per gli altri, per chi ci guarda sognando di raggiungere lo stesso obiettivo e anche per chi ci guarda prendendoci come simbolo di una follia da crisi di mezza età.

Sta a noi trasmettere il significato più vero dei chilometri e della fatica, oppure trasformare tutto in un esercizio narcisistico.

La parola responsabilità, dopo che ho passato quel traguardo, ha assunto un significato tutto nuovo. Sono un privilegiato.

2 novembre 2013: nato per la seconda volta

2 novembre 2013: nato per la seconda volta


2 commenti

Il sole te lo devi guadagnare (semi Cit.)

Mi chiedo spesso per quale sbilenca motivazione mi vada sempre a cacciare nei guai.

Prima la maratona, e vabbeh, poi il triathlon, e passi, ma dal momento zero è stato “voglio fare l’Ironman” senza manco sapere cosa fosse. E la novità del momento? l’Ultratrail, ovviamente, della serie “facciamoci del male” (o del bene, a seconda dei punti di vista).

La vista odierna dalla cima della Grigna Settentrionale

La vista odierna dalla cima della Grigna Settentrionale

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4 commenti

Le IMperfezioni provvisorie

Una settimana alla gara. I giochi sono fatti, tempo di scaricare e riempire ogni singola cellula di energia.

Eh sì, la fai facile tu. Ho tirato come un matto, messo in fila lunghissimi su lunghissimi e ora anche solo corricchiare per un’oretta mi costa un’enorme fatica. E poi, quanto sono lento. Soffro.

Il cuore che non sale per la stanchezza accumulata, le gambe dure non appena provo a spingere un po’ sui pedali, la falcata corta, solo la bracciata è brillante, il nuoto è così, il nuoto è strano ti inganna sempre, non lo puoi imbrigliare dentro a uno scarico. E poi la cistite che ho trascurato, i pantaloni della divisa a cui non mi sono abituato, le mie nuove Wave Rider 17 che accidenti a loro sono solo l’ombra del glorioso nome che portano. E’ sufficiente un attimo di cedimento, la tentazione di lasciarsi un po’ andare, metto tutto insieme e vado in panico. Continua a leggere