L'era del Ferro

Dal divano alla finish line


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Tutto quello che volevate sapere sul Norseman…

Prologo

E’ buio pesto a Eidfjord alle 4 del mattino del 4 agosto. Un buio denso, rischiarato da due fari alogeni la cui luce bianca e fredda si riverbera, per diventare ancora più tagliente, contro un massiccio parallelepipedo di ghiaccio posto davanti alla minuscola porta di ferro di un battello. E’ il traghetto che tra poco porterà i 250 iscritti al Norseman in mezzo al fiordo. La stessa imbarcazione che ho visto decine e decine di volte nei video riassuntivi della gara, che avevo cominciato a sognare anni fa, non appena ho conosciuto il triathlon. E’ rimasto a galleggiare in una dimensione onirica per tanto tempo, e anche adesso che ce l’ho davanti, in tutta la sua ferrosa materialità, non sono sicuro che sia lì per davvero. Continua a leggere

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18 buoni motivi per continuare a fare fatica

Quando scegli di fare il coach e cominci a occuparti dei tuoi clienti, o dei tuoi atleti, o dei pazienti, a seconda del modo in cui preferite incasellarli e del loro status psicofisico momentaneo – io preferisco direi “dei miei ragazzi”-, comincia a formarsi un grumo di coscienza nel quale capisci che la tua si far-per-dire-carriera di atleta andrà a farsi benedire. Sì perché tra programmazioni, analisi dati e ore passate al telefono, per il coach-atleta rimane ben poco tempo e ancora meno energie per concentrarsi su allenamenti e gare,. Se poi sei contemporaneamente papà di un piccoletto di 13 mesi puoi dirgli addio del tutto.

Finisce così che non carichi i lavori per te stesso su Training Peaks ma ti limiti a guardare all’ultimo istante prima di uscire per allenarti cosa fanno quelli che correranno la tua stessa gara A. Di analizzare i tuoi scarichi non se ne parla nemmeno, quando tieni aperto l’analytical engine (uso WKO4) 8 ore al giorno l’ultima cosa che vuoi fare e passare tempo aggiuntivo a guardare come sei combinato. Però ti iscrivi lo stesso al Challenge Rimini, al 70.3 di Rapperswil, a Ironman Austria e pure a quello di Cervia.

Fino a un paio di anni fa, quando il triathlon era ancora soltanto un hobby, ero unicamente concentrato sul risultato. E’ una sfida esaltante all’inizio, una progressione che sembra non dover mai finire. Inizia con la prima ora corsa di fila, poi la prima 10 km competitiva, la mezza, addirittura la maratona. E il triathlon, che diventa TUTTA la tua vita nell’anno di preparazione del primo Ironman. La voglia di fare fatica, di soffrire, di sacrificarsi in allenamento e in gara ti rimane fin quando non cominci a portare a casa le gratificazioni. Dopo le 10 ore e 49 minuti di IM Barcellona nel 2015 qualcosa è cambiato nella mia testa, è scattato l’interruttore che ogni volta in cui comincio a soffrire fa suonare la vocina “non devi più dimostrarti nulla”. Eppure continuo a correre e anche a soffrire, in realtà. 

Ho avuto molto tempo ieri per rifletterci su, mentre cercavo di guadagnare per la quinta volta il traguardo di una gara tosta come Challenge Rimini. Dove come al solito l’acqua fredda e il vento in bici mi hanno buttato dentro alla devastante spirale “mal di pancia quindi non mangio, la bici la gestisco ma poi quando inizio a correre muoRo”. E mentre pensavo che avevo tutto il diritto di ritirarmi mi è balenata l’immagine della zona cambio, in cui da ultimo iscritto stavo giustamente in fondo ai 1141 stalli.

Ma siccome gli ultimi saranno i primi in realtà quella posizione sfigata per un atleta si è rivelata una posizione strategica per coachTower. Perché essendo all’ingresso del bike check nel pre-gara ho potuto vedere tutti i miei ragazzi, più tanti amici, entrare. Perché ho potuto scrutare sul loro volto insicurezze e paure, perché ho potuto intuire di quali parole o di quale sguardo avessero bisogno in quel momento. Perché essere in griglia di partenza insieme non ha prezzo, perché tenerli d’occhio durante la frazione bici mi fa pensare a una cosa che si chiama dedizione, perché incrociarsi durante la corsa mi dà la certezza che per loro ci sono sempre. Anche se soffro, anche se non sono allenato come vorrei, anche se potrei legittimamente ritirarmi. Perché trovarsi al traguardo, stanchi morti, sporchi di sale, sudore, moccio, gel appiccicosi e sorrisi è la cosa più bella che uno possa fare per lavoro.

Tra lo sprint e il mezzo 18 persone gestite in 48 ore. 18 storie diverse, a cui varrebbe la pena di dedicare intere pagine. Tra debuttanti assoluti o sulla distanza, triatleti di lungo corso, gente con cui stiamo lavorando per limare secondi al full, qualcuno per cui Rimini era l’obiettivo principale, altri che lottavano semplicemente per riuscire a finire, sapendo di non fare torto a nessuno tanto ci sarà spazio per tutti, voglio partire proprio dall’ultima al traguardo ieri, Veronica, che rappresenta uno dei tanti modi di fare questo sport. Le ragioni sono tutte diverse, non c’è quella giusta e quella sbagliata, ognuno trovi la sua e se la goda, possibilmente lasciando a ciascuno la libertà di trovare la sua strada, di sbagliare e persino di cambiare direzione:

“Un anno fa a Rimini mi ritiravo dal mio primo triathlon sprint perché avevo paura del mare (sei mesi fa veniva fermata al cut off dal mare in tempesta di Pola, ndr). Un anno dopo esatto mi sono presa la rivincita su un mare difficile al Challenge Rimini. Con un mezzo Ironman. La vera follia sarebbe stata mollare…”

 

 

 


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Ironman Barcellona: datemi una crisi che ve la risolvo

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Ogni Ironman è un universo a sé stante, non esiste una gara uguale all’altra e in ognuna ci sono difficoltà da gestire e momenti di grande gioia, ben prima del traguardo. Il mio di Barcellona è stato l’IM più complicato e veloce allo stesso tempo, quello in cui la testa ha dovuto funzionare di più ma non per gestire lo stress emotivo come mi era accaduto in precedenza, questa volta si è trattato di muoversi in condizioni avverse per mare, per aria e per terra. Una grande lezione di “crisis management” che cercherò di applicare alla mia vita e perché no, magari passare a chi si occupa di organizzazioni che ogni giorno affrontano la sfida della competizione. Intanto mi godo queste 10 ore 49 minuti e 42 secondi, con cui cancello le 11 ore 1 minuto e 48 secondi di Klagenfurt. Il muro delle 11 è rotto finalmente. Continua a leggere


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Otto e mezzo – Ironman Barcellona 2015 (dalla prospettiva sbagliata)

In crisi esistenziale e creativa, alle prese con un film da fare, un regista fa una sorta di mobilitazione generale di emozioni, affetti, ricordi, sogni, complessi, bugie. Un misto tra una sgangherata seduta psicanalitica e un disordinato esame di coscienza in un’atmosfera da limbo (F. Fellini)

Siamo in nove con in mano il biglietto di andata per l’Ironman Barcellona 2015. Nove atleti dell’ASD Team Spartans Bologna, la mia squadra. Ma stavolta c’entro fino a un certo punto, perché sì a Barcellona ci vado per correre il mio terzo Ironman mentre per loro sarà il primo, e si sa che il primo Ironman è il più importante di tutti quelli che si possano fare in una vita intera.

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