L'era del Ferro

Dal divano alla finish line


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Trans d’Havet 2018: il senso del limite dentro la tempesta

Volevo i 5 punti della Trans d’Havet e li ho avuti, desideravo una gara dura in cui mettermi alla prova dopo 3 mesi dedicati a migliorare i miei tanti punti deboli e porto a casa un’esperienza estrema che mi restituisce allo specchio un Matteo cresciuto mentalmente e interiormente.

Potrebbe anche finire così il racconto della mia TDH 2018 ma sono state 18 ore così pazzesche che forse vale la pena di raccontarle. Ripensare ora a una delle ultime frasi che ho pronunciato prima di arrivare al traguardo, rivolgendomi al presidio della Protezione Civile al termine della discesa di Cima Marana “a mio parere non ci sono le condizioni di sicurezza per far scendere altre persone da qui”, mi fa rendere conto che ben oltre la gara ieri ho imparato il senso del limite, sfiorandolo più volte.

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Cose che devi sapere quando decidi di iscriverti al tuo primo trail da 100 km

Mi hanno chiesto quando ho deciso di passare al lato oscuro dell’ultra. La risposta è che non lo so di preciso, perché non è una scelta razionale. E’ stato puramente istintivo. Così come in una gara da 100 km con 3200 m D+ non c’è nulla di preciso, o meglio non c’è nulla di davvero preventivabile e quasi nulla di totalmente controllabile. Con 5 Ironman sulle spalle pensavo di essere più che allenato a gestire mentalmente un impegno lungo, ma correre per quasi 18 ore si è rivelato ben più arduo. Sono talmente tante le cose che sono accadute sabato al Tuscany Crossing che non so neanche da che parte cominciare a raccontare.

Cosa chiedere di più dalla vita?

Innanzi tutto non riesco a togliermi dagli occhi la bellezza totale in cui ci siamo ritrovati a correre. Conoscevo già la Val d’Orcia, su quelle strade oltre a esserci passato in svariate Mille Miglia ho pedalato e corso i supercombo pre Klagenfurt 2014 durante una trasferta di lavoro a Siena durata due mesi, ma solo ora posso dire di averla davvero vissuta. I primi 50 km da Castiglione a Montalcino passando per Bagno Vignoni, Pienza, San Quirico e Torrenieri, in una giornata di sole con il cielo completamente terso sono stati letteralmente magici. Grazie alla partenza antelucana – letteralmente – ci siamo trovati sulle strade bianche in mezzo alle colline verdi dalle creste addobbate con i cipressi in un momento in cui la luce primaverile sembrava pennellare un quadro davanti ai nostri occhi, anziché limitarsi a illuminare in modo ordinario la realtà. Ed è stato come sentirsi pienamente felici, complice una prima parte di gara molto corribile con il serbatoio delle energie ancora bello pieno.

E poi il piacere di sentire le gambe leggere e la corsa facile, su quei mangia e bevi, il passo veloce e efficace camminando sulle salite più impegnative. Tutto bene fino a Montalcino, alla base vita, arrivo della 53 km, dove mi sono concesso il lusso di un po’ di pasta in bianco e persino di indossare una maglietta pulita dopo poco più di 6h dalla partenza. Riprendere il percorso non è stato facile: molta meno gente a fare compagnia, la calura opprimente e un percorso decisamente più duro sotto il profilo altimetrico, mi hanno un po’ spento. Fortunatamente ho ritrovato la mia compagna di squadra Annalisa che, come capiterà più avanti, si è messa davanti a fare il ritmo, consentendomi di tornare vispo e efficace.

Giù verso l’abbazia di Sant’Antimo recuperando qualche posizione e poi di nuovo salita fino al ristoro di Castelnuovo dell’Abate dove un omino vestito in completo vintage brandizzato Eroica – lanina verde e panna, cappellino compreso – mi ha offerto del pane e prosciutto che ho scioccamente accettato deragliando dalla mia collaudata strategia alimentare fatta di banane, arance e coca cola. Un po’ per il caldo, un po’ per lo stomaco, fatto sta che un montante senso di nausea accompagnato a sonno si è scatenato in modo devastante appena dopo il guado del fiume Orcia, intorno al 68° km – 11 ore di gara circa -proprio mentre iniziavano quasi 6 km di salita fino al ristoro successivo. Inutile dire che mi hanno passato in tanti – penso almeno dieci – e qui ho cominciato a sognare di essere svaccato su un divanetto di vimini fronte mare, con uno spritz in mano, alternando questa visione con l’avvistamento di cani, viandanti sdraiati al margine del bosco e animaletti di vario genere, rivelatisi poi tutti invariabilmente semplici rami da me oniricamente interpretati. Stavo provando sofferenza anche solo a camminare lentissimo, privo di lucidità, senza poter fare altro che bere acqua stando attento a non peggiorare la situazione.

La perfezione della luce di primo mattino

Ho seriamente pensato di chiuderla al 73° ma dopo aver pasteggiato a banane e coca cola e con 15′ buoni seduto sono tornato in controllo della situazione e persino buon umore. Riprendendo con un buon ritmo – e recuperando qualche posizione – in direzione del Monte Amiata, ho cominciato a ragionare su quanto siano “diverse” questo tipo di gare, in cui tutte quelle cose che funzionano per durate più corte (diciamo fino a 50 km) tipo calcolare perfettamente i watt sostenibili, qui vanno decisamente a ramengo, perché il corpo reagisce in modo imprevedibile alle circostanze, che a loro volta non sono programmabili (sabato faceva caldissimo ma lo scorso anno aveva piovuto per 14 ore consecutive). Il che non significa che non si possano preparare con cura e precisione, usando gli strumenti che la scienza dello sport oggi offre, ma è cosa ben diversa da gestirle “durante”, quando oltre un certo volume percorso la componente mentale diventa prevalente.

Seduto a cercare di ritrovare il controllo della situazione: mi ritiro?

E così dopo aver riperso e riagganciato Annalisa siamo arrivati nel punto più alto del percorso intorno ai 1000 m di quota, invertendo la rotta per iniziare una lunga, e sofferta, discesa al crepuscolo. Su la frontale, su i manicotti e via, con la stanchezza a farmi inciampare nei sassi ogni tre appoggi. Quanto li ho maledetti i sassi di quel bosco, io che faccio più fatica in discesa che in salita persino da fresco, figuriamoci affrontare 4 km dopo 14 ore e mezza di gara. Sono infatti arrivato distrutto all’ultimo ristoro, km 92, con ancora 10 km davanti.

Normalmente si potrebbe dire “ok è fatta” ma arrivare al traguardo da qui è stata davvero difficile. Mi sono trovato completamente solo, a camminare in mezzo alle colline deserte su queste autostrade bianche, tagliate dal vento, soltanto con i rumori degli uccelli notturni a farmi compagnia, il Fenix 5 ormai scarico spento a 97,4 km…al cospetto di un cielo pieno di stelle e di uno spicchio di luna capace di illuminare tutto quanto. Una bellezza travolgente, una grandiosità dentro a cui perdersi, ancora una volta, che sono capace di apprezzare soltanto adesso perché in quel momento riuscivo solo a fare calcoli. Stavo procedendo a 15′ minuti al chilometro, andare avanti così avrebbe significato prolungare la fatica ancora per una eternità. E così, probabilmente motivato solo dal pensiero di poter accorciare la sofferenza mi sono messo a corricchiare, sapendo che quel trotterellare mi poteva assicurare qualcosa meglio di 6 km all’ora.

In qualche modo le gambe hanno trovato modo di sostenere quel ritmo e lentamente mi sono riportato su quelli che mi avevano superato in discesa, compresa Annalisa insperabilmente agganciata ai piedi degli ultimi 2 km di salita prima del traguardo, che abbiamo potuto tagliare insieme tanto che in classifica abbiamo lo stesso tempo. 17 ore 46 minuti e spiccioli.

Chiudo un racconto anche troppo lungo con una ultima considerazione: mi sento cambiato da questa esperienza, più consapevole, cresciuto. Sbattere la faccia contro il caldo, la sensazione di essere un piccolo insignificante puntino solo dentro a un enorme universo, non potere fare altro che limitarsi a controllare quel poco che si può controllare e avere la pazienza di lasciare che il resto si sistemi da sé, con i tempi che la natura richiede e non con quelli che noi vorremmo imporgli, la necessità di volere davvero arrivare in fondo perché ti sei preso un impegno e non esiste che non lo mantieni, la necessità – ma forse è più una imposizione ambientale – di entrare in uno stato meditativo profondo in cui smetti di fare conti, al netto delle allucinazioni, non sono cose che si possono comprare al banco del supermercato. Bisogna prendere un lungo respiro e immergersi nel sogno. Ne vale la pena.

p.s. nel week end, e non solo, ho conosciuto persone con grandissima esperienza e grandissime capacità prestative nelle ultra. Non posso far altro che ringraziarle per la saggezza che hanno voluto condividere con un novellino, che ancora una volta ha zero da insegnare e soltanto da stare in silenzio ad ascoltare. Un pensiero in particolare a Roberto, Maurizio e naturalmente alla mia socia Annalisa, sempre presenti quando i dubbi mi assalgono.

Nulla di più gratificante che arrivare in fondo a una gara difficile

 

 

 


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Come preparare la maratona in poco tempo…ma pur sempre in modalità nerd

Quando #TheRunningPitt (trovate qui il suo punto di vista su questa faccenda) mi ha chiesto di accompagnarlo nel percorso di rientro alla maratona è stato normale confrontarsi con il suo PB sulla distanza, e quindi costruire un programma di lavoro che mirasse a abbattere le 2h29’.

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#TheRunningPitt + #CoachTower: combo felice

Come sempre accade però la teoria si scontra con le circostanze della realtà, che per noi si sono tradotte in 4 settimane iniziali (sulle 12 complessive di periodo specifico) a dir poco difficoltose sotto il profilo della continuità dell’allenamento, per ragioni non strettamente sportive.

Insieme abbiamo quindi ripensato all’evento incastonandolo in una logica di lungo periodo, ri-assegnando il cartellino di A Race a Londra (maggio 2018) e cominciando a considerare Firenze come una occasione per ricostruire senza fretta il Pitt “runner da tempo” e come un banco di prova capace di darci riferimenti sensati alla programmazione di Londra. Nessuna aspettativa di tempo, quindi.

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Ma non ti annoi in tutto quel tempo?

Se la preparazione di un Ironman è un viaggio, la gara in sé e per sé è un rito di meditazione. Come per l’arte, anzi la scrittura citando un po’ alla larga Socrate e Platone, ciascuno ne dà la propria interpretazione in funzione di ciò che è. Per me è un momento di grande intimità, a guardarlo in maniera razionale ben più di un momento,”specialmente se sei lento” direbbe qualcuno. Undici ore e spiccioli domenica a Klagenfurt.

“Ma non ti annoi?” mi domandano. Io rimango sempre interdetto, perché come faccio a spiegare che quando sei lì dentro spazio e tempo si deformano, perdendo la loro forma socialmente accettata per diventare una sorta di stramberia governata da leggi fisiche incomprensibili al comune senso del reale?

Il giorno di gara il frullatore ad effetto straniante si accende intorno alle 4 del mattino. Qualcuno deve aver messo il tasto della velocità su “max” perché in un attimo tra colazione e recupero dello zaino è già ora di catapultarsi in zona cambio. Rimetti le ruote alla pressione giusta, piazza la borraccia sulla bici, attacchi il Garmin (accendi, controlli che agganci fascia cardio e Vector, spegni), vai alle sacche a mettere giù la roba da mangiare. Controlli, ti allontani, ritorni a controllare di non aver fatto qualche casino mischiando il materiale bici con quello corsa. Un delirio mentre il tempo corre e tu ancora hai da infilarti la muta.

Una volta in griglia la velocità passa al minimo. Sei lì con il cuore che batte a mille, intruppato nella procedura di partenza, ad attendere il colpo di cannone. Sembra un’eternità, poi il rumore sordo, sobbalzi tu, sobbalza il cuore e in un attimo sei in acqua. I 3,8 km di nuoto, che odio, non sono esattamente…nuoto. E’ più sopravvivenza, a guardare le boe per non percorrere strada a vuoto, a stare lontano dai calci e dai pugni, a cercare qualche scia. Il finale di Klagenfurt poi è un canale largo penso meno di 10 metri dove si procede affiancati in 4 o 5 e dove non c’è scampo al pestaggio. Essere tirati fuori di li e andare a prendere la bici è una benedizione. Uscire senza il naso rotto o uno zigomo tagliato è già un miracolo. 1h16′, avanti.

E’ adesso che, almeno per me, il tempo comincia a scorrere davvero a velocità supersonica. A seconda dei percorsi mi servono tra le 5h30′ e le 6h per completare 180 km. Non mi annoio mai. E’ come se qualcuno avesse girato una clessidra piena di sabbia, sai che devi ritornare al punto di partenza prima che l’ultimo granello cada se vuoi centrare il tuo obiettivo. E’ una lotta micidiale in cui mille pensieri si accavallano: sto tenendo la potenza che mi serve? si ma il cuore è 2 battiti più su di quando dovrebbe. Allora allungo il rapporto così recupero di cuore…però ora si sale e se scendo troppo di cadenza mando in crisi la gamba. Cazzo. Un gioco bellissimo, un lavoro di consapevolezza che non riesco a replicare a questi livelli in nessuna altra occasione.I secondi scorrono, più veloci dell’asfalto sotto le ruote. E in un attimo sono 5 ore e 42 minuti. Di già.

Quando salti giù dalla bici e inizi a correre tiri un sospiro di sollievo. Adesso sta solo alle tue gambe portarti in fondo. Dovresti andare a 5’20” – 5’25″/km ma ti senti bene, le gambe girano da sole e l’orologio dice 4’45”. Facendo una botta di conti vedi che così quei 12′ persi un po’ li recuperi. Davanti ci sono i tuoi amici a fare da riferimento, magari li prendi. E spingi, diventi ancora di più una cosa meccanica. Non esisti, funzioni. Respiri, muovi le gambe e mangi ogni 5 km, bevi ogni 2,5. I ristori sono tutti uguali, anche la sequenza con cui prendi i rifornimenti diventa routine. La mente si spegne, non esiste niente altro che il conto alla rovescia della distanza mentre aggiorni in tempo reale la proiezione finale. Giri la mezza a 5’10” e cominci a sognare le 3h45′ finali, ma come in ogni maratona Ironman piano piano la prestazione degrada, fino a che negli ultimi 6 km anche solo pensare di scendere sotto i 5’40″/km fa partire crampi ovunque. I secondi scorrono inesorabili quando capisci che hai bucato le 11h di 8′. Maratona in 3h54′ alti ma gli ultimi 100 metri sopra al tappeto del rettilineo finale sono pura gioia lo stesso. E già non vedi l’ora di riprovarci.IMG_4002

 


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Il paradiso siamo noi

Sono i colori a farti sentire bene a primavera avanzata a Rapperswil-Jona. Dall’Obersee, una continuazione del lago di Zurigo, guardi i fianchi delle montagne e noti decine di sfumature di verde che tracciano i confini di prati e boschi. Il cielo è azzurro, di un azzurro uniforme dipinto da nuvolette bianche tanto scenografiche quanto innocue, l’aria trasparente. Intanto nuoti, si sta bene con la muta nell’acqua a 18 gradi. L’acqua invece non è immobile affatto, c’è un po’ di onda e c’è da faticare in questo avvio di 70.3 che precede di tre settimane Ironman Klagenfurt.

E’ il meteo che ti fa stare bene a primavera avanzata a Rapperswil-Jona. Fa caldo, e anche il caldo è pieno di sfumature, come i colori delle montagne e come l’acqua del lago. Nel primo giro di bici la temperatura media è di 27 gradi, il sole batte sulla pelle ma l’aria è fresca quando si sale. Primo strappo “il muro delle streghe”,  1 km e 350 m al 7% di pendenza. Salgono pure i battiti e benedico di essere partito con la bici da corsa mentre butto giù il 34/25, per fortuna che c’è un gran tifo, gente con i cappelli…da strega, appunto. Discesa, respiro, poi riparte. Questa volta più dolce ma anche più lunga: quasi 8 km, a poco più del 4% di pendenza. Procede a gradini con tratti al 5% e pianerottoli in cui si può prendere velocità, si pedala bene. E più si sale più si respira. Non sarà così al secondo giro, con 30° e la stanchezza dei primi 45 km nelle gambe.

E’ gentile l’automobilista a Rapperswil-Jona. Agli incroci il traffico è regolato, si formano code. Vedo portiere aperte e gente che scende dalla vettura. Mi preparo agli improperi e invece sento: bravo, forza italia, e batter di mani e sorrisi. Sorrido anche io, se posso saluto se invece sono impiccato faccio un cenno con la testa. E’ contagiosa la gentilezza, chissà se è così solo da queste parti o vale anche 300 km più a sud, oltre le alpi.

E’ liscia la strada a Rapperswil-Jona. Anche ai bordi, lì dove hanno disegnato una striscia gialla lasciando 1 metro e mezzo di spazio per le biciclette. Anche quando passi sopra i tombini è liscia la strada da queste parti, fanno le cose per bene e così scopri che l’asfalto si può livellare, persino nei rari punti in cui è rappezzato. Ogni tanto il percorso viene incanalato dentro alle ciclabili completamente separata dalla sede stradale. Sono larghe, non si interrompono, non ci sono buche. Si può pedalare a 30 all’ora con la bici da corsa, si può pedalare trainando il carrellino della Thule con dentro due bambini. Qui li hanno tutti, sia i  bambini che i carrellini intendo. Lo vedi come ci tengono ai bimbi, ogni tanto si incontrano i giochi per loro lungo la ciclabile. Peccato che sono in gara sarebbe bello fermarsi a goderselo questo posto.

Peccato che non ho portato Giacomo, penso mentre inizio a la frazione run, mentre guardo a sinistra passando accanto al Kinder Zoo. Peccato davvero, quando passando accanto al campeggio trovo altri mini-volontari non ufficiali che ti passano la spugna bagnata da dietro la recinzione. Ti corrono accanto allungando le mani in modo da poterla recuperare e riciclare. Mi sa che li crescono immersi nella cultura dello sport questi bambini svizzeri. C’è gente ovunque, anche in mezzo ai prati. Hopp Hopp Hopp, per tutti i concorrenti, sembra di stare al mondiale di sci. Dei tizi hanno suonato i campanacci tradizionale in cima a una curva per 4 ore a fila. Per il primo e per l’ultimo. Ogni casa ha organizzato un presidio: tubo dell’acqua, tifo indiavolato, spugnaggi extra. Il percorso run è se possibile ancora più bello di quello della bici. Due giri da 10 km, metà giro nei campi e nei boschi lungo lago, metà giro nella città medievale. Un po’ sterrato, un po’ asfalto, un po’ acciottolato. Percorso mosso, salitelle e discese e poi la scalinata in centro, che a vederla il giorno prima faceva paura e invece, alla fine della fiera, non è male affatto.

Passano in fretta questi 21 km, fila tutto liscio, per quanta acqua mi hanno buttato addosso sembro appena uscito dal lago. Non sono andato forte e non me ne frega neanche niente. Sto bene, sto benissimo, potevo farlo oggi il full. Probabilmente non farò forte manco quello, e pazienza. Sono in un posto meraviglioso a fare quello che mi piace, ho dato il 99,9% (il 100 lo tengo per il 2 luglio!) e ho potuto passare due giorni con i miei ragazzi. Considero sempre un privilegio poter condividere con loro l’esperienza di gara, a partire dalla preparazione della zona cambio fino agli abbracci appena dopo la finish line.

Quando andiamo alle gare, quando portiamo la bici in transition zone prima della gara, quando il buongiorno sul gruppo Whatsapp arriva da tutti alle 5.00 del mattino, quando ci incrociamo durante la frazione corsa, quando ci guardiamo sapendo esattamente la sensazione che prova l’altro perché stiamo vivendo la stessa fatica, la stessa gioia, la stessa gratificazione e a volte anche la stessa frustrazione, è come se facessimo parte di un club specialissimo. E’ come se non fossimo mai soli, è come se il modo, o almeno quel pezzetto di mondo, fosse un posto migliore. Chissà se saremo mai capace di trasportare questa magia anche a casa, e tenerla viva.

Lo sport fa bene all’anima e al corpo. E pure alle strade.


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La gioia dell’imperfezione

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I 100 metri finali di una gara sono sempre bellissimi, ancora di più quando la gara è il campionato Europeo di mezzo Ironman, in quella precedente ti eri ritirato e questa era la tua occasione di vendetta dopo 40 giorni di attesa. L’orologio segna 5h48’, la classifica recita 635° posto assoluto, abbondantemente entro il primo 50%. Sono tornato.

I 100 m metri finali di una gara sono quelli in cui tutto diventa molto chiaro, se va bene sei ancora in piena “estasi dell’atleta”, o Nirvana, se preferite. Sai perfettamente cosa vuoi dal futuro – di solito iscriverti a una nuova gara, per la gioia del marketing della World Triathlon Corporation – e assumi la sconcertante capacità di analizzare lucidamente il passato.

Domenica scorsa in Germania è andata esattamente così. Quegli ultimi 30” hanno catalizzato tutti i pensieri che avevo cominciato a spargere qua e là dopo il disastro di Pescara: rottura del cambio, ritiro, bici che ha viaggiato per mezza Emilia prima di trovare una mano santa che rimettesse a posto lo sfregio. E poi i dubbi che mi avevano assalito alla Cima Tauffi, dove neanche l’obiettiva bellezza del percorso era riuscita a distogliermi dal pensiero che in qualche modo stessi massacrando inutilmente le mie gambe. Infine le sensazioni della mattina di Wiesbaden con le gambe che stanno bene ma “non-sono-proprio-esplosive-come-so-che-sono-capaci-di-essere”.

C’era qualcosa che non tornava, insomma, e come sempre mi ci è voluta una gara al limite delle mie capacità per rendermi consapevole di ciò che mi metteva a disagio. La conclusione è che con il trail ho chiuso, quanto meno a livello agonistico, quanto meno durante la stagione del triathlon, quanto meno fino a che non avrò agganciato Kona.

Per riuscire a fare 10h30’ a Barcellona scelgo di rinunciare al sogno della Courmayeur Champex Chamonix. Non mi piace andare in gara e ottenere risultati mediocri, non voglio più sentirmi come a Pescara con le gambe molli in bici prima dell’incidente o all’arrivo del Tauffi, tra gli ultimissimi. Ho invece bisogno di continuare a fare un lavoro molto specifico, concentrando tutte le energie su un singolo obiettivo. Lo sapevo che era una sfida a rischio, mi rimane la soddisfazione di averci provato e soprattutto di aver vissuto le “Ultra esperienze” di Ultrabericus, Orsa e Tauffi insieme ai 70.3 di Volano, Rimini, Pescara e Wiesbaden. Quando sarà tempo concentrerò le mie energie sulla montagna, dopo Kona il Tor. Coerente con la mia tecnica di pormi un traguardo più grande mentre ancora sto inseguendo quello già definibile come impossibile.

Quando preparo una gara in maniera impeccabile di solito salgo sulla bici, sento le gambe spingere e mi dico “ok, oggi sei perfetto”. Domenica questa sensazione non l’ho provata, anzi, ho percepito nitidamente, come da tempo non riuscivo a fare, tutti i limiti causati dalla dispersione delle energie. Potrebbe sembrare una conclusione negativa e invece è stata una vera rivelazione: serve anche l’imperfezione! Senza non potremmo correggere la rotta, non potremmo vedere dove stiamo sbagliando e cominciare a cercare una strada nuova verso il miglioramento. E senza il rischio di combinare qualche pasticcio ci perderemmo anche tutte le emozioni che si provano quando si vive sul filo del rasoio, in bilico tra il trionfo (che significa semplicemente riuscire a fare qualcosa che ai più sembra folle) e il fallimento. Altrimenti sai che noia?


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Il mare d’inverno


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Fa freddo sulle montagne sopra a Rimini in questo week end di inizio marzo, non esattamente il clima che troveremo tra un paio di mesi nella classicissima Rimini Challenge, un must di inizio stagione per il team Spartans. O meglio, c’è il sole e in salita si suda da matti, i guanti si bagnano se non ti ricordi di toglierli e la termica sotto la giacca pesante genera un odore molto spiacevole. Però c’è questo vento fortissimo che a raffiche investe la Argon e le sue ruote a alto profilo, facendomi sudare ancora di più nel tentativo di controllare la mia astronave – si capisce che la amo? – e al tempo stesso tremare di freddo in discesa. Continua a leggere