L'era del Ferro

Dal divano alla finish line


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Il mare d’inverno


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Fa freddo sulle montagne sopra a Rimini in questo week end di inizio marzo, non esattamente il clima che troveremo tra un paio di mesi nella classicissima Rimini Challenge, un must di inizio stagione per il team Spartans. O meglio, c’è il sole e in salita si suda da matti, i guanti si bagnano se non ti ricordi di toglierli e la termica sotto la giacca pesante genera un odore molto spiacevole. Però c’è questo vento fortissimo che a raffiche investe la Argon e le sue ruote a alto profilo, facendomi sudare ancora di più nel tentativo di controllare la mia astronave – si capisce che la amo? – e al tempo stesso tremare di freddo in discesa. Continua a leggere


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Sogna, scegli, progetta, fai (ovvero la regola della 4 D che ci sono anche se non si vedono)

Le concessioni che siamo disposti a fare rivelano l’importanza che diamo a una cosa
(cit Kilian Jornet)

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E’ tanto che non scrivo qui e potrei elencare un sacco di buone ragioni per cui ho trascurato il blog: perché ho lavorato tanto, perché scrivo anche per theageofsport.it, perché il Team Spartans cresce e allenare così tanta gente, mica solo i debuttanti all’Ironman Spagna, è impegnativo, e via discorrendo. La verità però è più concisa e anche cruda: non avevo niente da dire. O meglio, nulla da dire che mi stesse veramente a cuore. Continua a leggere


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Otto e mezzo – Ironman Barcellona 2015 (dalla prospettiva sbagliata)

In crisi esistenziale e creativa, alle prese con un film da fare, un regista fa una sorta di mobilitazione generale di emozioni, affetti, ricordi, sogni, complessi, bugie. Un misto tra una sgangherata seduta psicanalitica e un disordinato esame di coscienza in un’atmosfera da limbo (F. Fellini)

Siamo in nove con in mano il biglietto di andata per l’Ironman Barcellona 2015. Nove atleti dell’ASD Team Spartans Bologna, la mia squadra. Ma stavolta c’entro fino a un certo punto, perché sì a Barcellona ci vado per correre il mio terzo Ironman mentre per loro sarà il primo, e si sa che il primo Ironman è il più importante di tutti quelli che si possano fare in una vita intera.

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365 giorni

Un anno fa tagliavo il traguardo di Panama City Beach e diventavo un Ironman.

Mi avevano detto che finire la tua prima gara è come nascere per la seconda volta. Era vero.

Non è che non si fanno più errori o si diventa indistruttibili, anzi. E’ che si diventa molto più consapevoli di ciò che siamo, di ciò che non siamo, di ciò che vogliamo essere e di ciò che non saremo mai.

E poi, questo non potevo immaginarlo, si diventa anche responsabili. Che ci piaccia o no quando si indossa maglia da finisher diventiamo un riferimento per gli altri, per chi ci guarda sognando di raggiungere lo stesso obiettivo e anche per chi ci guarda prendendoci come simbolo di una follia da crisi di mezza età.

Sta a noi trasmettere il significato più vero dei chilometri e della fatica, oppure trasformare tutto in un esercizio narcisistico.

La parola responsabilità, dopo che ho passato quel traguardo, ha assunto un significato tutto nuovo. Sono un privilegiato.

2 novembre 2013: nato per la seconda volta

2 novembre 2013: nato per la seconda volta


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Il sole te lo devi guadagnare (semi Cit.)

Mi chiedo spesso per quale sbilenca motivazione mi vada sempre a cacciare nei guai.

Prima la maratona, e vabbeh, poi il triathlon, e passi, ma dal momento zero è stato “voglio fare l’Ironman” senza manco sapere cosa fosse. E la novità del momento? l’Ultratrail, ovviamente, della serie “facciamoci del male” (o del bene, a seconda dei punti di vista).

La vista odierna dalla cima della Grigna Settentrionale

La vista odierna dalla cima della Grigna Settentrionale

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Chi ha paura del buio?

Salomon XA Pro 3D, la mia prima scarpa da trail

Salomon XA Pro 3D, la mia prima scarpa da trail

Ho trascurato il blog. Sì lo ammetto, e c’è stato anche del dolo. Avevo bisogno di staccare, staccare dagli allenamenti e trovare un nuovo obiettivo che renda sensato svegliarsi la mattina alle 5 per andare a correre, tornare a casa distrutti dal lavoro la sera alle 8 e buttarsi sulla spinbike, uscire la domenica mattina per un combinato da 4 o 5 ore. Continua a leggere


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Teoria della relatività

Sono in Scozia da una settimana. Ho visto Edimburgo, visitato distillerie di Whisky, osservato i Border Collie prendersi cura delle pecore e pedalato in Mountain Bike attraverso le Highlands, quasi sempre sotto la pioggia, imparando una cosa fondamentale: non esistono condizioni meteo che possano impedire agli scozzesi di fare le loro attività all’aperto.

Loro corrono, vanno in bici, fanno trekking, campeggiano, passeggiano, pascolano il bestiame, organizzano eventi, fregandosene bellamente dell’acqua, del vento, del freddo. Sono organizzati ed equipaggiati, hanno un sistema di manutenzione del territorio straordinariamente efficiente, e si godono la magnificenza della natura a queste latitudini.

Non avendo alternative ho fatto mio lo spirito locale, riuscendo a portare a termine tutto quello che avevo in programma compreso il viaggio in bici lungo il Great Glen, la faglia che separa le Highlands settentrionali dal resto dell’isola britannica, nonostante il meteo ballerino. Un’esperienza meravigliosa attraverso una terra magica, di quelle che ti rimangono nella memoria per sempre.

Avrei potuto rinunciare? Certo che sì, se avessi dato retta alla vocina della zona comfort “piove a dirotto, le strade sono allagate, fa freddo e chissà in che condizioni sono i sentieri”. Invece il “metodo scozzese” ha funzionato alla perfezione, facendomi concentrare sull’obiettivo e sulle strategie necessarie a raggiungerlo, anziché bloccarmi davanti agli ostacoli.

Dalla pioggia e dal freddo ci si può riparare, il fango può rallentarti ma non fermarti o addirittura rendere più interessanti certi tratti di strada banali. E poi una doccia calda e un termosifone bollente mettono a posto ossa e vestiti, quasi quanto il Whisky dopo cena in un pub affollato e accogliente.

Ecco cosa mi porto a casa da questo popolo: non esistono condizioni sfavorevoli ma solo persone non abbastanza determinate da adattarsi alla situazione e trovare il modo di passare sopra ai problemi. In fondo quella che in Italia sarebbe una giornata brutta qui viene considerata splendida. E poi a infilarsi dentro a un acquazzone a tutta velocità magari si sbuca dalla parte opposta trovando un panorama da favola. Il brutto, l’impossibile, il non si può, il non ci riesco non è mai assoluto, la misura siamo sempre e solo noi stessi.

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Qualcosa per niente

Qualche giorno dopo aver nuotato per 3,8 km, pedalato per 180 e corso per 42 sto seduto davanti allo schermo del computer. Rimiro la foto dell’arrivo con scritto “M.Torre – 11h01’48”, scorro i dati del Garmin 910 XT che dissezionano ogni singolo dannatissimo chilometro dei 225,992 percorsi e già so che da qui a poche ore finirò nel solito vuoto post gara. Il corpo è esaurito e la mancanza di un obiettivo su cui concentrarmi mi disorienta. Continua a leggere


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IM Austria 2015 – Parole a colori

Ci ho messo un po’ a farmi venire la voglia di descrivere la gara nel dettaglio perché l’ho vissuta in modo così emozionale che mi sembrava di farle perdere valore, cercando di riavvolgere il nastro e razionalizzarla, dissezionandola chilometro per chilometro. Però me l’hanno chiesto in tanti…ed eccola qui allora, un po’ freddamente perché quel che avevo nel cuore l’ho già scritto. Continua a leggere


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Motivi a perdere

Perché mi hai fatto pedalare e correre all’alba e al tramonto, al freddo, nel vento, sotto la pioggia, sulla neve o sotto al sole che cuoce le gambe e i pensieri.

Perché sei la giustizia del sacrificio che si trasforma in un traguardo raggiunto.

Perché mi hai regalato un papà-bis proprio quando sono rimasto senza quello naturale, un mucchio di fratelli maggiori con cui litigare e poi fare la pace, e tante sorelline di cui prendermi cura (grazie Spartans)

Perché mi hai fatto imparare a nuotare a trentatrè anni.

Perché niente è impossibile.

Perché tutto è possibile. Continua a leggere