L'era del Ferro

Dal divano alla finish line

Il mare d’inverno

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Fa freddo sulle montagne sopra a Rimini in questo week end di inizio marzo, non esattamente il clima che troveremo tra un paio di mesi nella classicissima Rimini Challenge, un must di inizio stagione per il team Spartans. O meglio, c’è il sole e in salita si suda da matti, i guanti si bagnano se non ti ricordi di toglierli e la termica sotto la giacca pesante genera un odore molto spiacevole. Però c’è questo vento fortissimo che a raffiche investe la Argon e le sue ruote a alto profilo, facendomi sudare ancora di più nel tentativo di controllare la mia astronave – si capisce che la amo? – e al tempo stesso tremare di freddo in discesa.

Intanto nella testa mi scorrono i volti degli spartani che nel giro di 15 giorni debutteranno in maratona: Ferrara e Roma, in tanti. Memorizzo “preparare mail con istruzioni pre gara e fare giro di telefonate per assicurarmi che tutti abbiano recepito”. 

Dopo metà percorso però cambia tutto, le salite corte e rabbiose della Romagna si trasformano in una lunghissima picchiata in costante discesa verso il mare. Terreno perfetto per allungarsi sulle appendici e lasciare che la E114 faccia ciò per cui è stata progettata. Mi guardo indietro e sorrido nel vedere i miei compagni di squadra in fila, è sempre emozionante vedere la divisa spartans in gruppo compatto, mi fa sentire a casa, sa di famiglia, sono privilegiato a condividere la strada con queste persone.

Da quando abbiamo iniziato questa avventura, portare 10 debuttanti all’Ironman Barcellona (a dire la verità qualcuno farà Maiorca), penso più alla gestione degli allenamenti loro che ai miei. E anche quando sono fuori a correre e ho la tentazione di mollare mi salva sempre il pensiero che non posso farlo, altrimenti che penserebbero? Il che è molto nobile credo ma anche estremamente faticoso!

Adesso che sono sicuro che i miei ragazzi sono al sicuro tutti insieme, vabbeh a parte il presidente Ironfrankie ma con 17 Ironman alle spalle direi che saprà badare a se stesso, posso concentrarmi: sposto il punto di appoggio sulla punta della sella, porto la schiena quasi parallela al piantone, i gomiti comodamente incastrati sui supporti e le braccia avanzate al massimo, con le mani oltre gli switch del cambio sulle appendici. Pedalo così, raccolto, lasciando che siano i glutei a fare il grosso del lavoro, coadiuvati dai quadricipiti, in pieno controllo della bici, che nella mia mente diventa un aeroplano. Il manubrio piatto e largo è l’ala e la connessione con il mezzo è totale. Voliamo a oltre 40 all’ora, senza sforzo, mi sento bene, potente e agile allo stesso tempo, respiro senza affanno mentre davanti a me si materializza il traguardo di Barcellona con scritto sopra 10 ore, 29 minuti, 59 secondi. Basta poco per credere di poter raggiungere qualsiasi obiettivo, più passa il tempo e più mi viene facile entrare in questo stato di trance in cui il corpo funziona senza necessità che la mente faccia da propulsore, liberandola dai compiti prosaici a cui di solito è sottoposta e permettendole di generare sogni elettrizzanti.

Va bene, mi dico, a Ferrara non ci posso proprio andare perché il giorno prima mi sparo i 65 km dell’Ultrabericus ma a Roma ci vado. Ci vado perché mica posso lasciarli soli. Ah, il senso di responsabilità…

Come da prassi chiudiamo i 90 km del giro in piazzale Fellini, cambio veloce d’abito e di scarpe e poi via, in gruppo compatto a 4’30” sul lungo mare. Adoro correre qui, al pomeriggio, di sabato, prima che la stagione turistica inizi, con il clima mite, il profumo del mare e 3 km di strada dritta da condividere con altri runner e triatleti. Ci sono praticamente cresciuto su questo asfalto che ormai sa di casa e accoglienza, ho corso qui il mio primo vero 70.3, incredibile come le esperienze vissute in un luogo plasmino l’immagine mentale in maniera così forte, e come questa abbia un impatto reale sulla prestazione fisica. Andiamo forte, mi giro e li vedo tutti compatti, provo a spingere ancora perché voglio alzare l’asticella e niente, loro accelerano, stringono i denti e mi stanno alle calcagna. Un po’ perché ero occupato a fare altro e un po’ perché questo clima è davvero stronzo in bici ho bevuto pochissimo, neanche 750 ml, e adesso la pago: vasto mediale destro e sinistro si contraggono ma non si ridistendono, crampi. A inizio marzo. Cazzo abbiamo spinto veramente tanto.

Voi andate non preoccupatevi, e li vedo filare via a tutta. Manca un solo chilometro alla fine, dovrei essere incazzato perché mi sono fermato e invece sono soltanto orgoglioso di questi quattro (siamo rimasti in quattro) che stanno chiudendo un combinato da 4 ore a manetta. Solo qualche mese fa uno pesava 30 kg in più, un altro pensava di non saper correre un altro ancora era l’Ironman meno probabile che avessi mai visto. Ora sono atleti per davvero.

Per fortuna ho abbastanza esperienza per gestire questi crampi, mi fermo un istante, gel e acqua alla fontanella, abbastanza per tornare alla base. Alla fine 9,2 km a 4’40”, totale di giornata 4h10″ senza risparmiarsi. Per il primo Ultratrail della stagione c’è tempo, adesso dateci solo della piadina che abbiamo fame, una fame felice, di traguardi.

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