L'era del Ferro

Dal divano alla finish line

Less is more

3 commenti

Fredda mattina nella bassa padana, sole sbiadito, aria frizzante, un bel percorso, ottima organizzazione, tremila runners.

Le mie Wave rider 14 accarezzano l’asfalto di Cremona. Vento che scivola sulle orecchie, falcata ampia e veloce. Quattroetredici, 43′ circa il t di gara considerato il tempo perso nell’affollata partenza. Per arrivare alla fine mancano altri 10km e spiccioli.

– “Sei sul tuo ritmo PB 10k Mat”

– “Si lo so Neurone, sono al limite”

Cartello dei 10k che scorre indietro alla velocità di 14,2 km/h

– “Non c’è il traguardo Mat. Sei sul tuo ritmo 10k e non vedo alcun fottuto traguardo. Cosa stai facendo?”

– “Il coach si aspetta che faccia 1h30′, eseguo gli ordini, Neurone”

– “Ah sì? Io dico che per farcela hai bisogno di gambe per almeno un altro paio di chilometri prima che l’incarico passi a me ma quelle stronze laggiù mi stanno comunicando che per oggi hanno finito, e che non si accontentano del gel che le hai appena dato. Quindi da ora subentro io. E io ti dico che ti porto alla fine intorno a 1h32′, che è pur sempre il tuo record. Male male che vada la chiudi in 35′. Ci sarà da soffrire un po’ perché  tu oggi hai proprio esagerato, ma si può fare. Non rompere e rallenta”.

10,5k. Quattroetrenta. Quadricipiti pieni zeppi di acido lattico, duri come il cemento armato. Cuore che batte in gola, la frequenza non la guardo.

– “Non se ne parla proprio Neurone,  devo andare sotto l’ora e mezza”.

– “Mat mi spiace tanto ma senza gambe e senza testa non vai proprio da nessuna parte. Tu dici che devi fare quel tempo ma non sei disposto a gestire la sofferenza. Sei anche un bel po’ stupido a pensare che gli altri ti giudichino più o meno bene a seconda del tempo e della classifica. Potresti serenamente arrivare in fondo se tu volessi ma sei più cocciuto di un mulo. Secondo me non hai capito proprio niente e adesso te lo chiarisco io. Passo e chiudo”.

Questo stronzo di cervello mi ha mollato, non l’aveva mai fatto e oggi si è vendicato.

Stop. Premo stop sul 910XT. Inverto la direzione, mi defilo e inizio a camminare verso il traguardo. Mentre il sudore comincia a congelarmisi addosso guardo il gruppo venirmi incontro. Ogni 30″, mano a mano che l’onda umana si infrange contro il mio ego deluso, la velocità diminuisce e in maniera inversamente proporzionale aumentano i sorrisi. Io non mi sono divertito per niente, ecco il problema. Ero tanto concentrato su dove dovevo arrivare che mi sono scordato di come farlo.

Avrei potuto tranquillamente tirare via 10-15″/km, godermi i passaggi nel centro storico con un pubblico numeroso e festante come mai avevo visto finora e invece sono qui a rientrare al piccolo trotto. Me ne accorgo adesso che ho sbagliato clamorosamente, a pensare che “basta non ne vale la pena di soffrire per arrivare a metà classifica”. Non solo perché le cose si iniziano e si portano a termine ma soprattutto perché non avevo capito un cavolo di cosa significasse essere qui oggi.  

Sono stato messo di proposito in una situazione estrema per simulare il worst case scenario in gara. Sono abituato ad arrivarci iperpreparato alle gare, a far scorrere tutto liscio come l’olio. Bracciate, cadenze di pedalata, passo, tutto è sempre precisamente pianificato, chilometro per chilometro. E quando il gioco si fa duro il trucco mentale è semplice: hai fatto tutto quello che dovevi fare, stai rispettando il piano, sei programmato per arrivare al traguardo con il tempo previsto. Fine della storia, non ti preoccupare di niente. E funziona, funziona alla grande.

Ma se accade un imprevisto nella gara della vita per cui ti sei allenato un anno (stai male, ti si buca una gomma, perdi gli occhialini in acqua), cosa fai ti ritiri perché qualcosa nel piano è andato storto? No, ovvio, e quindi meglio attrezzarsi. Il coach ha giustamente creato artificialmente una situazione difficile in cui potrei ritrovarmi in Florida. Con pochissima corsa nelle ultime settimane e un tempo che sapeva mi avrebbe messo seriamente alla prova, l’obiettivo era rendermi abbastanza duttile da superare con la testa i limiti che anche un corpo ben allenato raggiunge quando tocca certe distanze. La soluzione al gioco era semplicemente “rallenta e trascinati al traguardo”.

Io invece, come al solito, ho preteso troppo concentrandomi tra l’altro sulla priorità sbagliata. Insomma, come spesso mi capita ho cercato  di fare “un po’ di più” quando per portare a casa il risultato sarebbe stato sufficiente fare “un po’ di meno”.

Sto cominciando a rendermi conto che la vera sfida non è arrivare in fondo alle gare o battere un record, si tratta piuttosto di cambiare il modo in cui percepisco e giudico me stesso. Accettare i propri limiti sarebbe il primo passo per superarli. La strada è lunga.

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3 thoughts on “Less is more

  1. Mi pareva di leggere un dialogo tra l’astronauta e HAL 9000… Alla fine il bastardo lo getta nello spazio!
    Ma la conclusione cui arrivi è molto bella ed è fondamentale (almeno per quanto mi riguarda)

  2. Però certe disavventure fanno bene sai? Ero convinto di svegliarmi con il muso lungo stamattina e invece mi ritrovo sereno e con la voglia di affrontare una metodica e curata preparazione invernale. Non solo ma ho pure voglia di un lunghissimo per i cavoli miei, al lento.
    Per di più almeno ho la sicurezza che riparto da un passo a soglia anaerobica che se me lo avessero detto 1 fa ci avrei messo la firma. Quindi life’s good!

    p.s.le corse nel fango, le strong run e tutte quelle robe lì le lascio ai veri pazzi! 🙂

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